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Ogni anno, il 20 giugno si celebra la Giornata internazionale del rifugiato indetta dalle Nazioni Unite per commemorare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Ricordiamo questa giornata dal 2001 e da allora diventa l’occasione per riflettere su cosa significa essere rifugiati, su quanto facciamo come Unione Europea e su quanto possiamo ancora fare.

I dati che ci arrivano sono drammatici. Alla fine del 2021 le persone in fuga da guerra, violenze persecuzioni e violazione dei diritti umani erano poco più di 89 milioni, l’8 per cento in più dell’anno precedente. Oggi, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, si è superata la soglia dei 100 milioni. L’esodo forzato dall’Ucraina si è aggiunto alle altre emergenze dall’Africa all’Afghanistan ad altre aree del mondo.

Ogni anno l’UNHCR sceglie un messaggio per questa giornata. Quello di quest’anno è semplice e diretto, un appello e insieme un invito ad ognuno perché lo faccia suo: “Chiunque siano, da qualsiasi luogo provengano, Sempre. Together #WithRefugees“.

Questo è anche il messaggio che sento mio ogni giorno. Da medico che ha visto con i suoi occhi la sofferenza di chi è costretto a lasciare tutto – casa, affetti lavoro – per avere una speranza di vita dignitosa; e da eurodeputato impegnato a fare passare questo principio all’interno della Commissione Libe dove si discute della revisione del Patto della migrazione e del Parlamento europeo. Essere vicini ai rifugiati significa puntare sull’accoglienza, garantire l’apprendimento della lingua del Paese di approdo e offrire opportunità di lavoro e formazione. Significa guardare all’uomo e non al colore della pelle.

Chiunque siano, da qualsiasi luogo provengano. Sempre. Insieme ai rifugiati.